“Leggere fa bene” Nadia Terranova racconta la sua scrittura

Coordinati dalla professoressa Erminia d’Auria, due studenti del liceo scientifico A. Genoino, Alfonso Iannone (VC) e Chiara Spatuzzi (IIIC), si sono cimentati in un’intervista a “quattro mani” alla giovane autrice siciliana Nadia Terranova, che sabato 27 ottobre ha presentato la sua ultima fatica letteraria al complesso monumentale San Giovanni di Cava de’ Tirreni, in occasione della rassegna letteraria “Autunno Einaudi”. La scrittrice ha accettato con entusiasmo l’invito e ha concesso ai giovani reporter, che rappresentavano orgogliosamente la loro scuola, un’interessante opportunità di confronto, attraverso le risposte alle domande, chiarimenti  esaustivi e ricchi di spunti di riflessione. Nadia Terranova si è mostrata interessata  ed ha confidato alcuni  dei suoi ‘segreti’ da scrittrice, dispensando interessanti suggerimenti, confermando la sua grande cultura e generosità: non solo una grande scrittrice, ma, anche e soprattutto, una grande donna.

 

 La passione per la scrittura si può manifestare in diversi modi: come un impulso che si coltiva fin da bambino, un hobby che, da semplice mezzo di svago, si è tramutato in desiderio vero e proprio, un modo per dare sfogo, sia alle cose positive che negative. Ma, dal canto della sua personale esperienza, come è nata, in lei, la passione della scrittura? C’è una motivazione in particolare che la porta a creare?

Ho cominciato a scrivere perché mio padre andò via da Messina, la mia città; iniziai così a scrivergli delle lettere fin da bambina per raccontargli quello che accadeva. Così ho cominciato a selezionare ciò che poteva farlo ridere, commuovere ed ho iniziato a capire che la scrittura significava “raccontare a qualcun altro”, scegliere di selezionare per raccontare. Questa è stata la mia prima esperienza insieme a dei diari e dei racconti. Inoltre, leggevo tantissimo, ero una ragazzina solitaria, figlia unica di genitori separati, trovavo tantissima compagnia nei romanzi per ragazzi e anche in quelli per adulti, quelli proibiti, che tiravo giù dagli scaffali e che leggevo di nascosto.

 

Qual  è stata la sua prima produzione artistica? È stata una poesia, una novella, un romanzo o altro?

Inizialmente le lettere a mio padre, poi spaziavo tra diari e racconti di vario genere.

 

Ogni autore può trovare la propria ispirazione artistica nelle abitudini o nei luoghi più impensabili; isolarsi, ascoltare musica, cercare spunti da altri artisti, avere lunghe discussioni di qualunque sorta sono solo alcune delle più comuni. Dunque, da dove nasce la sua personale ispirazione artistica?

Mi ispiro molto ad eventi che mi sono accaduti, ovviamente solo alcuni pezzi e mai del tutto come quelli reali, prendo, più che altro gli effetti che hanno avuto questi eventi sulla mia vita, cerco di lavorare sui sentimenti, sulle emozioni. Mi dico sempre che se un’esperienza è successa a me, ci sarà sempre qualcuno che mi dirà “mi ci sono ritrovato”, per far sì che ciò avvenga però, devo andare molto in fondo dentro di me.

 

Uno degli aspetti, secondo me, più interessanti del confrontarsi con un autore è trovare dei punti di contatto tra autore e lettore, come possono essere uno stesso punto di vista, delle stesse abitudini, dei gusti simili. Quali sono le sue preferenze riguardo la lettura, in generale? Ha un genere preferito, un autore che la affascina in particolar modo oppure spazia tra differenti generi e scrittori?

Spazio molto e non ho un genere preferito, leggo romanzi che valicano un po’ il “genere”, mi piace molto la letteratura. Ogni tanto può capitarmi di leggere un giallo, un classico, ma di solito preferisco i romanzi che non appartengono ad un filone particolare. Quello che mi piace molto è la letteratura italiana del ‘900, gli autori siciliani ma anche di altre regioni, da Cesare Pavese a Elsa Morante, Sciascia, Bufalino, Consolo, Brancati, tutti gli italiani che hanno lavorato sulla lingua.

 

Il mondo degli scrittori si divide in due categorie, in perenne contrasto tra loro: chi scrive di getto, apportando soltanto piccoli accorgimenti ma senza alterare il pensiero iniziale, e chi ha, invece, una scrittura pianificata, che varia e corregge infinite volte ogni piccola incertezza. Lei a quale delle due categorie appartiene? Secondo lei, in quali situazioni conviene scrivere di getto e in quali pianificare la scrittura?

Sicuramente alla seconda, anche se ci sono delle pagine che vanno scritte di getto, perché non si possono controllare fino a fondo le emozioni, bisogna che vengano fuori in maniera prorompente, ma poi ci si torna su, si rilegge, si sistema. Tendenzialmente, quando mi metto a scrivere, la storia è già pronta, ha bisogno solo di un varco per uscire, per esplodere. Credo che, per iniziare, si debba scrivere di getto, ma si deve continuare, poi, seguendo uno schema da sistemare, ma è ovvio che, all’interno di questo schema, molte pagine vadano scritte di getto, secondo l’ispirazione del momento.

 

In Italia si legge sempre meno; secondo i dati ISTAT, negli ultimi sei anni 3 milioni e 300 mila lettori hanno smesso di leggere. Alla luce della sua esperienza, questo graduale allontanamento dalla lettura da parte non solo dei giovani, ma anche degli adulti, a cosa può essere ricondotto?

Sarebbe facile dire che è colpa della tecnologia che ci dà da leggere sempre meno cose elaborate, ed è sicuramente uno dei motivi, senza alcun dubbio, ma c’è anche da dire che gli esempi, anche a scuola, devono spronare a far leggere contemporanei e classici senza che questo diventi un peso. Mi accorgo subito quando incontro insegnanti che fanno questo lavoro e che trasmettono in maniera naturale l’amore per la lettura,  i ragazzi semplicemente si accorgono che leggere è bello senza che sia un’imposizione; gli altri, invece, si lamentano che i ragazzi non leggono,  ma sono loro i primi a non farlo, è l’esempio che non va. Io sono una grande lettrice di classici, ma bisogna trovare la chiave per raccontarli, non basta dire “leggete questo”, se non si spiega quanto ci possano dire di attuale gli autori classici nessuno mai li leggerà. Bisogna trovare il modo di far trovare ai ragazzi nel leggere parte di sé, non si arriva a nulla dicendo solo “leggere è importante, leggere fa bene

 

Ritornando al romanzo, da cosa nasce questa sorta di sincronia, che collega i suoi due romanzi, fra la morte, prima, e la scomparsa, dopo, della figura del padre, tenendo anche conto della diversa età anagrafica dei protagonisti?

Sicuramente ho attinto dalla mia storia personale, prima per raccontare di una figura paterna problematica e poi della sua assenza. Sono temi che riguardano il modo in cui sono cresciuta, però c’è anche un’elaborazione simbolica, non basta semplicemente aver vissuto dei momenti per raccontarli, bisogna trovare ciò che c’è di universale in essi. Nel mio libro, ad esempio, c’è proprio il racconto del perché le nostre vite si muovono intorno a chi non c’è più, a chi ha deciso di andarsene o a chi è morto, ma non c’è differenza tra morte e scomparsa. Dalla perdita ai desideri e all’amicizia, sono temi in cui possiamo rivederci un po’ tutti.

 

In una situazione storica di evidente difficoltà del mondo della scrittura, quali sono i consigli che lei darebbe ad un giovane autore emergente che volesse iniziare a scrivere? Questo momento particolare può complicare ulteriormente un percorso già abbastanza complicato come questo?

Scrivere racconti. Cominciare con i racconti e con la forma breve che è la più facile, ma è una forma che permette di esercitare maggiore controllo, almeno agli inizi. Grazie alla brevità si può capire se riusciamo ad impadronirci della tecnica. Ovviamente, tecnica ed ispirazione devono camminare sempre di pari passo. Scrivere racconti, mandarli in giro, ascoltare pareri autorevoli, mandarli ai concorsi, mandarli alle riviste letterarie, chiedere tanti consigli e non scoraggiarsi mai, ma soprattutto leggere tanto e capire quali sono i propri gusti, trovare la propria voce.

 

Abbiamo, inoltre, voluto ascoltare e ringraziare l’organizzatore della rassegna che ci ha permesso di incontrare gli autori, l’anima di “Autunno Einaudi”, Claudio Bartiromo: senza di lui  nulla di tutto ciò sarebbe potuto accadere. A lui abbiamo rivolto l’ultima domanda dell’intervista.

 

Ormai sono già diversi anni che è impegnato nel progetto Einaudi, che ha come fine quello di avvicinare quanti più ragazzi possibili alla lettura, per piacere e non per costrizione. Alla luce di questa esperienza, qual è la sua considerazione riguardo la  nuova generazione dei millennials, tanto accusati di superficialità e di poco riguardo nei confronti della cultura?

A tutti quelli che dicono “i ragazzi leggono poco e male”, io rispondo “non è così “, i ragazzi leggono poco e male nel caso in cui non sono stati stimolati. La lettura è una passione, questa passione si deve trasferire e la può trasferire soltanto chi ce l’ha. Voi siete fortunati, non si nasce con l’istinto di leggere, questa “malattia” vi è stata trasmessa, ma può “contagiarvi” solo chi ce l’ha. Se avete la fortuna di trovare docenti capaci di trasmettervela, e voi l’avete, allora acquisirete la malattia, altrimenti dovete avere la fortuna di trovare un amico, un compagno che ve la trasmetta. E’ una malattia altamente contagiosa, che vi può portare in un mondo meraviglioso.

Grazie, dunque, al dottor Bartiromo che organizza questi incontri per diffondere la passione per la lettura; grazie, ancora, al Comune di Cava de’ Tirreni che sponsorizza queste manifestazioni, mettendo a disposizione dei cittadini una location come il Convento di San Giovanni per ospitare l’evento; grazie, anche, alla professoressa d’Auria che lavora perché i suoi studenti possano scoprire il piacere della lettura, ma, soprattutto, grazie, a Nadia Terranova che ha accolto l’invito ed ha reso possibile la realizzazione di questa intervista.

 

Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?” (Harper Lee)

– Chiara Spatuzzi

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